La zia di mia mamma si chiamava Fiorenza e lavorava molto bene a maglia. Avevo una sua maglia blu notte con sopra ricamato un gatto bianco su un tetto rosso che guardava una luna gialla che abbracciava una nuvola celeste sopra un albero verde dal tronco marrone. Mi ricordo che quando inevitabilmente la maglia non mi entrò più – perchè al posto del gatto e della luna stavano iniziando a crescere le puppe – ebbi forse la mia prima crisi adolescenziale e forse anche l’unica crisi legata a un capo di vestiario in vita mia: dei vestiti mi è sempre importato poco; di quel maglione invece mi importava eccome. 

La zia Fiorenza viveva in un posto che si potrebbe definire fatato senza il timore di passare per folli: se esistono i cottage inglesi anche fuori dall’Inghilterra, la sua casa era uno di questi. A La Tignamica, sopra Prato, in una via che portava il nome del cognome di suo marito, lo zio Danilo. La zia Fiorenza e lo zio Danilo da giovani erano veramente molto belli, sembravano degli attori del cinema, come diceva la mia Nonna; e forse era questa loro bellezza un po’ bionda e un po’ mielosa – fatta anche di maglioni fatti a maglia dalla zia, molto larghi e molto colorati, quasi Missoni, così british – a far si che quella stessa casa sembrasse un angolo di campagna inglese con una casa dal tetto basso e il giardino pieno di rose e altri fiori. 

Mi viene sempre in mente la zia Fiorenza quando annuso profumo di camino, come appunto mi è capitato oggi. Perché quella casa la frequentavo soprattutto in autunno, la domenica pomeriggio, negli anni ‘90. Lo zio Danilo e il mio Babbo finivano di guardare novantesimo minuto mentre io mi spaparanzavo sul divano di velluto con i piedi sulla carta da parati gialla. Ero già affetta allora, molto piccola in effetti, di quella deliziosa malinconia sofferente che accompagna la domenica sera ma che per fortuna intorno alle dieci del mattino del lunedì si è già dimenticata; però quando la si vive è così prepotente da rendere tutto ovattato. 

Noi arrivavamo intorno alle cinque, a volte portavamo la Nonna, a volte no; ma sempre in borsa della mia mamma stava un caffè: lavazza rossa, credo, in segno augurale, come un saluto, in un gesto di dolce condivisione che mi porto ancora dietro riempiendo le case degli amici con piccole cose che non sono regali ma baci.

Quando è morto lo zio Danilo mi ero appena diplomata. La mattina del suo funerale vidi per la prima volta quella casa nella luce della mattina. Era bellissima; il rumore del ghiaino sotto ai nostri piedi, al di là di un cancello verde, e quei fiori già svegli e pieni di brina. La mia mamma si affacciò alla porta e disse alla zia, guarda chi è venuta, riferendosi a me che non ero prevista in quel triste corteo; e lei mi dedicò un tempo infinito di tenerezza che non sapevo come gestire essendo venuta non per essere ospite ma per stare in disparte. Una piccola benedizione a cui non pensavo da tempo e che mi è tornata alla mente solo ora, ma che sento potente e viva e a cui dovrei pensare più spesso quando scioccamente credo di non essere amata. 

La zia Fiorenza in effetti non era la prima volta che mi voleva così bene platealmente: anni prima, in un pomeriggio di una domenica noiosa passata a studiare, risposi al telefono di casa, era lei e mi brontolò perché le avevo risposto io. Mi chiese come mi era venuto in mente di starmene in casa quando sarei potuta essere in giro a godermi i miei quindici anni, somigliando a Laetitia Casta (perchè la zia Fiorenza era convinta che io assomigliassi molto a Laetitia Casta). Cosa c’entra, zia, che io assomigli alla Casta? “C’entra che devi essere felice!”. E quel rimprovero vellutato e giallo ocra come la carta da parati del suo salotto mi salvò da un qualcosa che mi stava turbando e corsi contenta a prendere il bus solo pochi minuti dopo aver pensato che tutto quello che avrei fatto quel pomeriggio sarebbe stato con Alessandro Manzoni (con tutto il rispetto per, si intende). 

Quando è morto il Babbo non glielo dissero subito, lo seppe molto dopo. Lei disse però che lo aveva capito perché la Mamma al telefono non la sentiva: “Mara, ti sento e non ti sento”. A dimostrazione della veridicità di quell’antico proverbio toscano che ripeteva la Nonna Ginetta: “l’acqua scorre ma il sangue tira”. 

L’ultima domenica pomeriggio che ho passato in quella casa fatata è stata nel duemilaquindici: ero stata chiamata a lavoro ma poi le prenotazioni erano scemate e mi dissero che se avessi voluto sarei potuta tornare a casa. Guidavo la mia prima macchina che si chiamava Virna – perché la comprai il giorno che morì Virna Lisi (una citroen saxo del ‘99 che trattavo come un salottino e che avevo riempito di arbre magique alla mela verde). Uscita girai per Prato e in venti minuti ero lì; inaspettata, un’altra volta. La zia si era rotta il femore e l’avevano sistemata in una camera più comoda, col bagno. La trovai in poltrona con una vestaglia rosa mentre beveva il the guardando Domenica in; sembrava la Regina Elisabetta. Forse a pensarci bene ci andai perché avevo bisogno di tornare in un luogo che mi riconoscesse ancora come una bambina, ne avevo bisogno; e non mancarono il caffè, e i pasticcini, e nessuna domanda e molti complimenti sempre legati a Laetitia Casta alla quale mi onoro di somigliare ma con la quale mi scuso perchè non è vero.

Quando la zia è partita per tornare da tutti i suoi eravamo chiusi in casa, con una pandemia in corso; le misure si stavano allentando, ma ancora i funerali erano per pochi ed essendo nipote di secondo grado non sarei stata invitata. Il pomeriggio prima però andai a Prato; trovai parcheggio vicino alle cappelle del commiato, davanti San Domenico che mi misi a fotografare come se non l’avessi mai vista prima. Salutai la zia, i suoi; gente che c’era e che avevo sempre pensato vivesse solo nei racconti e che mi stupii non essere frutto della fantasia dei miei ma gente vera, come me. 

Non sono più tornata a La Tignamica perché per me ancora oggi è un luogo vivo negli anni ‘90 dove ancora si guarda Novantesimo minuto, profumati di caffè mentre io mi assento spaparanzata su un divano di velluto chiedendomi come sarei stata da grande e a quale età sarebbe stato giusto innamorarsi, forse già da allora. 

3 risposte a “La zia di mia mamma si chiamava Fiorenza. 1/n”

  1. Avatar balloonsensationally42ec21ed29
    balloonsensationally42ec21ed29

    Sei una penna straordinaria, mi hai emozionato. Felice di seguirti. Spero di poter leggere molto altro ancora. Bravissima

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Scrivi una risposta a Federica Sciré Cancella risposta